Archeologia · Valle dell'Aventino
Le cave e le fornaci del gesso
Segni di scalpello, fori da mina, macine girate dagli asini, teleferiche: l'archeologia industriale di un mestiere finito in pochi decenni.
La storia
Lungo la valle dell'Aventino numerose sono le testimonianze legate alla trasformazione, alla lavorazione e all'impiego del gesso da parte delle popolazioni locali. In alcuni decenni, però, le mutate condizioni sociali e l'impiego di altri materiali e tecnologie nell'edilizia hanno portato alla fine di un'antica cultura.
Le cave
Le testimonianze residue della lavorazione del gesso sono le cave, in particolare quelle intorno al grande masso dell'antico abitato di Gessopalena, oppure quelle minori di Sant'Agata, Taranta Peligna, Civitella Messer Raimondo, Lama dei Peligni e Pennapiedimonte. Qui, tuttora, la roccia tagliata mostra i segni lasciati dagli scalpelli e i fori per l'inserimento della polvere da sparo.
Le fornaci
Intorno alle cave vi sono le fornaci, di diverse tipologie: dalle forme più antiche, ricavate da grotte naturali, alle forme più moderne e produttive a uno o due pozzi, costruite con mattoni e pietra di gesso oppure con blocchi di calcare.
Ancora oggi nelle fornaci si trovano le grosse macine di pietra — e più tardi di cemento — che gli asini giravano per frantumare il gesso cotto; nelle fornaci più recenti sono visibili i resti di frantumatori elettrici. Sul fiume Aventino le macine dei mulini, mosse dalla forza idraulica, spesso servivano anche per triturare le pietre di gesso. Nell'ultimo periodo, dalle cave partivano le teleferiche, impianti a fune che trasportavano il materiale nei centri di raccolta e trasformazione.
Le case di gesso
Fra le testimonianze più significative della «cultura del gesso» vi sono le vecchie abitazioni, isolate o raggruppate in nuclei, interamente costruite in gesso. L'elemento più emblematico di questa cultura è l'insediamento rupestre di Gessopalena: unico in Italia perché scavato e modellato nella tenera roccia.
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